Linguaggio inclusivo e altre cose che si mangiano – Episodio 1: l’inclusione

Linguaggio inclusivo e altre cose che si mangiano – Episodio 1: l’inclusione

Se non hai mai sentito parlare di linguaggio inclusivo, semplicemente non ti credo. Questo sarà almeno il trentesimo articolo che leggi sul tema, per non parlare delle centinaia di discussioni sui social dove la gente non si prende letteralmente per i capelli solo perché non ha le braccia sufficientemente lunghe.

Due che discutono sul linguaggio inclusivo su un social network a piacere (e a volte ci sono pure io, lo ammetto!).

Perché allora dovresti continuare a leggere? Bella domanda. Diciamo che cercherò di dire qualcosa che non è ancora stato mai detto (impossibile) o quantomeno di dirlo in maniera diversa dal solito (più probabile).

Come dicevo prima, quello del linguaggio inclusivo è un argomento polarizzante. Il che è ancora più incomprensibile, visto che molte delle persone contrarie lo considerano “l’ennesima sciocchezza”, “un’emerita fesseria” o qualcosa rispetto a cui “c’è BENALTRO™ a cui pensare” – insomma, una cosa insignificante che però si affannano a contestare.

Premetto che non ho né l’intenzione né la speranza di esaurire tutto il discorso con un unico articolo – anche perché diventerebbe più lungo di Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, il romanzo più lungo del mondo secondo il Guinness dei Primati – per cui andremo a piccoli passi.

Inizierei dalla base, cioè dal concetto di inclusione. La parola “inclusione” indica il risultato dell’atto di inserire, ammettere, far rientrare un elemento all’interno di un gruppo o di un insieme. Possiamo incontrare questo termine in diversi contesti – in matematica nella teoria degli insiemi, in biologia nelle tecniche istologiche, in linguistica nelle figure retoriche e perfino nel linguaggio comune (quando cerco un hotel, ad esempio, mi fiondo immediatamente a controllare i “servizi inclusi”). Solo quando si passa all’ambito sociale, però, la parola “inclusione” assume un significato che ha importanti conseguenze sulla vita delle persone.

Ti faccio il disegnino

Giuro che non è uno sfottò: semplicemente, nonostante io sia una copywriter, credo che a volte un’immagine sia molto più immediata di tante parole. In questo caso specifico, degli allegri pallini colorati mi aiuteranno a spiegare più efficacemente i concetti di esclusione, segregazione, integrazione e inclusione.

Rappresentazione grafica dei concetti di esclusione, segregazione, integrazione e inclusione.
I pallini colorati sono utili per spiegare i concetti di esclusione, segregazione, integrazione e inclusione!

L’esclusione si verifica quando abbiamo un gruppo di pallini blu e quelli non-blu sono semplicemente tagliati fuori.
Nella segregazione c’è il solito gruppo dei blu, ma quelli non-blu vengono messi in un gruppo a parte.
L’integrazione prevede che tutti i pallini siano nello stesso insieme, ma che i non-blu stiano raggruppati tra loro.
Con l’inclusione, infine, c’è un unico insieme di pallini e non ci sono ulteriori sottogruppi, senza distinzioni di sorta.

In questo ragionamento il colore dei pallini rappresenta il criterio di classificazione. Ma se lasciassimo perdere il colore e li considerassimo semplicemente per quel che sono – pallini colorati, insomma – a chiunque verrebbe automatico metterli tutti in uno stesso insieme.

Ora prova a immaginare che i pallini rappresentino delle persone. Nel caso degli esseri umani esistono criteri di classificazione? Beh, direi che nel corso della storia dell’umanità – in base all’epoca, alla cultura, alla zona del mondo – sono stati adottati tantissimi criteri per raggruppare le persone. E questo accade ancora oggi.

L’obiettivo dell’inclusione è annullare questa necessità di raggruppare le persone per considerarle semplicemente per quel che sono, cioè individui con gli stessi bisogni e gli stessi diritti.

Non si tratta di negare le differenze, ma di considerarle non rilevanti quando si parla di diritti e doveri. Quello che è necessario fare, in particolare, è lavorare affinché ciò che si configura come una barriera – fisica, economica, sociale, linguistica e via dicendo – venga abbattuta.

E allora il linguaggio inclusivo, per tornare al discorso iniziale, è quello che non prevede parole, concetti o toni che riflettono opinioni pregiudizievoli, stereotipate o discriminatorie, capaci di dividere le persone in gruppi. 

Le parole di un testo inclusivo, come spiega Alice Orrù in un suo articolo:

  • non rafforzano stereotipi di genere
  • non sono razziste
  • non discriminano le persone in base all’età
  • non discriminano le persone con disabilità.

Nel prossimo episodio entreremo nei dettagli.

Ti è sembrato interessante? Fallo leggere anche ad altri!

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